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Sentenza

Interesse pubblico alla demolizione.Decorso di un tempo rilevante....
Interesse pubblico alla demolizione.Decorso di un tempo rilevante.
Autorità:  T.A.R.  Firenze  Toscana  sez. III
Data:  20 dicembre 2012
Numero:  n. 2113
Intestazione

                         REPUBBLICA ITALIANA                         
                     IN NOME DEL POPOLO ITALIANO                     
        Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana         
                           (Sezione Terza)                           
ha pronunciato la presente                                           
                              SENTENZA                               
sul ricorso numero di registro generale 1171 del  2006,  proposto  da
Pa.  Gi.,  rappresentato  e  difeso  dall'avv.  Fausto  Falorni,  con
domicilio eletto presso il suo studio in Firenze, via dell'Oriuolo n.
20;                                                                  
                               contro                                
Comune  di  Scandicci,  in  persona  del   Sindaco    pro    tempore,
rappresentato e difeso dall'avv. Claudia Bonacchi, e domiciliato  per
legge presso la Segreteria di questo T.A.R. in Firenze, via  Ricasoli
n. 40;                                                               
                         per l'annullamento                          
- dell'ordinanza del Comune di Scandicci n.  509  in  data  18.5.2006
(prot. n. 21655), recante ingiunzione a demolire opere edili abusive;
- degli atti connessi;.                                              
Visti il ricorso e i relativi allegati;                              
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Scandicci;    
Viste le memorie difensive delle parti;                              
Visti tutti gli atti della causa;                                    
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 6 dicembre  2012  il  dott.
Gianluca Bellucci e uditi per le parti i difensori P. Narese delegato
da F. Falorni e C. Bonacchi;                                         
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.              

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FATTO
Il ricorrente è proprietario di un terreno, ricadente in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, sul quale nel 1980 sono stati realizzati alcuni manufatti funzionali alla destinazione agricola, senza titolo edilizio, rispetto ai quali il Comune di Scandicci ha emanato le ordinanze di demolizione n. 92 del 23.5.1980, n. 105 del 2.6.1980 e n. 88 del 5.4.1983 (aventi ad oggetto, rispettivamente, un box in muratura di mq. 11,20, un locale in muratura di mc. 21,28 ed un box in lamiera con copertura in eternit di mq. 5 -documenti n. 2, 3 e 4 depositati in giudizio-), indirizzate ad An. Pa., padre di Gi. Pa..
Il Comune, con provvedimento del 1.10.1990, ha inoltre respinto la domanda di sanatoria edilizia, ex art. 13 della legge n. 47/1985, presentata dal ricorrente in data 11.1.1990 e avente ad oggetto ulteriori abusi edilizi consistenti nella copertura dello spazio antistante le predette opere abusive.
Successivamente il Sindaco di Scandicci ha notificato ad An. Pa. l'ordinanza di demolizione n. 14 del 10.1.1991, riferita ad un box in lamiera di mq. 4,66 con copertura in lamiera e ad un ripostiglio adibito a ricovero di animali in muratura di 10 cm. e copertura in eternit di mq. 14,20, realizzati senza concessione edilizia e riconducibili alle opere oggetto dei precedenti ordini di demolizione sopra citati (documento n. 5 depositato in giudizio), nonché alle ulteriori opere abusive oggetto del diniego di sanatoria edilizia (copertura mediante tettoie dello spazio antistante).
Avverso quest'ultimo provvedimento il deducente è insorto con ricorso n. 635/91 (rectius: 1782/91), che con sentenza n. 3355 del 18.7.2005 è stato dichiarato improcedibile da questo TAR su attestazione, da parte del patrocinatore della parte ricorrente, di sopravvenuta carenza di interesse.
Il Comune di Scandicci, con ordinanza n. 420 del 14.6.1991 (documento n. 6 depositato in giudizio), ha revocato il predetto provvedimento e reiterato l'ordine di demolizione con più dettagliata motivazione in diritto.
Il signor Gi. Pa. ha impugnato la predetta ordinanza con ricorso n. 808/91 (rectius: n. 2492/91), che con sentenza n. 2 del 12.1.2006 è stato dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, stante la presentazione, in data 1.3.1995, di domanda di condono edilizio, respinta dal Comune con provvedimento del 6.10.2005, a sua volta impugnato con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
Il Comune ha altresì emanato l'ordinanza n. 263 del 1.6.1993 (documento n. 7), ingiungendo la demolizione del box, dei due ripostigli e della copertura mediante tettoie dello spazio antistante, ai sensi dell'art. 15 della legge n. 1497/1939.
L'Ente ha quindi emanato l'ordinanza di demolizione n. 509 del 18.5.2006 (documento n. 11), specificamente riferita ai seguenti abusi: box il lamiera di mq. 4,66, due ripostigli in muratura di mq. 14,20 e mq. 11,19 rispettivamente, copertura dello spazio antistante mediante tettoie di mq. 45,50 (per quest'ultime il Comune, al punto 7 del dispositivo, si è riservato di verificare l'avvenuta demolizione conformemente alla precedente ordinanza n. 263/93).
Avverso tale provvedimento il ricorrente è insorto deducendo:
1) illegittimità derivata; eccesso di potere per difetto del presupposto;
2) violazione e falsa applicazione dell'art. 7 della legge n. 241/1990, del giusto procedimento e dell'art. 3 della legge n. 241/1990; eccesso di potere per difetto di motivazione;
3) eccesso di potere per illogicità e perplessità; violazione dell'art. 132 della L.R. n. 1/2005 e dell'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004;
4) violazione dell'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004; eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione;
5) violazione dell'art. 3 della legge n. 241/1990; eccesso di potere per difetto di motivazione;
6) violazione dei principi generali in tema di sanzioni amministrative; violazione dell'art. 1 della legge n. 689/1981;
7) violazione e falsa applicazione degli artt. 31 e 37 del d.p.r. n. 380/2001, nonché degli artt. 78, 79 e 132 della L.R. n. 1/2005; eccesso di potere per errore e travisamento dei fatti, illogicità, perplessità, contraddittorietà, difetto di presupposto, difetto di istruttoria e di motivazione; violazione dei principi generali relativi alla necessità del permesso di costruire;
8) violazione e falsa applicazione dell'art. 31, comma 2, del d.p.r. n. 380/2001 e dell'art. 132, comma 2, della L.R. n. 1/2005; eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, errore e travisamento dei fatti.
Si è costituito in giudizio il Comune di Scandicci.
Con ordinanza n. 669 del 28.7.2006 è stata accolta l'istanza cautelare sino alla pronuncia definitiva sul ricorso straordinario al Capo dello Stato, avente ad oggetto il diniego di condono.
Con ordinanza n. 88 del 29.7.2008 questo TAR ha sospeso il giudizio fino alla decisione del predetto ricorso straordinario.
All'udienza del 6 dicembre 2012 la causa è stata posta in decisione.
(Torna su   ) Diritto
DIRITTO
Il Collegio ritiene di prescindere dall'eccezione di inammissibilità del primo motivo di gravame (incentrato sull'illegittimità derivata e sul difetto di presupposto, ovvero sull'illegittimità del presupposto diniego di condono), sollevata dal Comune facendo leva sul principio di alternatività tra ricorso al Presidente della Repubblica e ricorso giurisdizionale, stante la reiezione del ricorso straordinario e la conseguente palese infondatezza della predetta doglianza.
Infatti il Presidente della Repubblica, con decreto del 21.4.2011, ha respinto il ricorso avverso il diniego di condono edilizio del 6.10.2005, assunto a fondamento dell'ordinanza di demolizione oggetto dell'impugnativa in epigrafe.
La seconda censura è incentrata sulla mancata comunicazione di avvio del procedimento; con la stessa doglianza il ricorrente deduce genericamente la violazione dell'art. 3 della legge n. 241/1990.
Il rilievo è infondato.
Il ricorrente ha avuto modo di interloquire con l'amministrazione in sede di presentazione dell'istanza di condono; il conseguente diniego, assunto a presupposto della gravata misura ripristinatoria, è valso, comunque, a rendere consapevole la parte istante dell'imminente provvedimento repressivo, costituendo quest'ultimo un atto consequenziale del diniego di condono. Invero l'ordinanza di demolizione si innesta nel procedimento iniziato con la richiesta di condono, nell'ambito del quale l'interessato era perfettamente in grado di far valere eventuali argomenti a favore della conservazione dell' abuso edilizio (Cons. Stato, V, 8.3.2011, n. 1435; idem, IV, 2.11.2009, n. 6784).
Inoltre, l'espresso richiamo alla presupposta determinazione di diniego, la descrizione degli abusi edilizi e il chiaro riferimento alle norme applicate sono aspetti dell'atto impugnato che dimostrano la piena osservanza dell'art. 3 della legge n. 241/1990.
Con il terzo rilievo l'istante lamenta che il Comune ha inteso esercitare due poteri sanzionatori (quello in materia edilizia ex art. 132 della L.R. n. 1/2005 e quello in materia di tutela paesaggistica ex art. 167 del d.lgs. n. 42/2004) diversi quanto a presupposti e modalità di estrinsecazione.
L'assunto non ha pregio.
Gli abusi edilizi in questione, realizzati in assenza di concessione edilizia e di autorizzazione paesaggistica e oggetto di un diniego di sanatoria edilizia e di un diniego di condono, costituiscono illeciti edilizi da reprimere non solo ai sensi dell'art. 132 della L.R. n. 1/2005, ma anche, sotto il profilo della salvaguardia paesaggistica, ai sensi dell'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, costituendo violazione non solo delle norme che presiedono al corretto assetto edilizio, ma anche delle disposizioni a tutela del paesaggio.
Su tale premessa, considerato che entrambe le norme sanzionano l'illecito con la misura demolitoria, il Comune ha correttamente emanato un'ordinanza di demolizione in dichiarata loro applicazione.
Invero l'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004 prevede l'adozione dell'ordine di rimessione in pristino, e demanda all'autorità emanante la determinazione del termine entro cui il trasgressore è chiamato a provvedere, mentre l'art. 132 della L.R. n. 1/2005 prevede l'ingiunzione a demolire (equiparabile all'ordine di rimessa in pristino di cui all'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004) e indica in 90 giorni il termine assegnato al trasgressore. Pertanto la gravata ordinanza, laddove ingiunge a demolire entro 90 giorni, ha un contenuto coerente con entrambe le disposizioni legislative.
I due procedimenti repressivi troveranno semmai diversità nella fase successiva, di esecuzione d' ufficio , nella quale comunque il Comune, in caso d'inottemperanza, potrà acquisire l'area di sedime degli abusi edilizi, ai sensi dell'art. 132, comma 3, della L.R. n. 1/2005, come preannunciato nel gravato provvedimento, portando alla sua naturale conclusione uno dei due procedimenti ripristinatori pendenti ed evitando la necessità dell'intervento del Prefetto prevista dall'art. 167, comma 3, del d.lgs. n. 42/2004.
Con il quarto motivo l'esponente sostiene che l'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004 impone all'autorità competente di valutare la possibilità dell'applicazione della sanzione pecuniaria sostitutiva della rimessa in pristino, previo parere della Commissione per il paesaggio, con la conseguenza che l'intimazione a demolire deve basarsi su motivato giudizio circa l'incompatibilità del manufatto rispetto al pregio ambientale della zona, mentre invece nel caso in esame non vi è alcuna motivazione in ordine all'incompatibilità con il vincolo paesaggistico.
La doglianza non può essere accolta.
L'art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, nel testo vigente al momento dell'adozione dell'atto impugnato, vincola l'amministrazione all'adozione, per gli abusi aventi le caratteristiche di quelli imputabili al ricorrente, dell'ordine di rimessione in pristino. Invero, ai sensi del comma 4 del citato art. 167, l'accertamento di compatibilità paesaggistica (che deve comunque scaturire da apposita istanza dell'interessato) e la connessa sanzione pecuniaria non possono riguardare manufatti che, come quelli in questione, abbiano determinato la creazione di superfici o volumi edificati.
Peraltro, il gravato provvedimento reca un'ampia puntualizzazione dei profili di incompatibilità paesaggistica richiamando il parere espresso in data 4.10.2005 dalla Commissione comunale per il paesaggio.
Con il quinto motivo l'istante lamenta la mancata motivazione circa l'interesse pubblico all'eliminazione delle opere de quibus, stante il lungo tempo trascorso dalla loro realizzazione (oltre 20 anni).
Il rilievo non è condivisibile.
La necessità di valutare la sussistenza di un interesse pubblico alla demolizione, ulteriore rispetto all'interesse al ripristino della legalità violata, si pone allorquando, a causa del notevole tempo trascorso dalla realizzazione dell' abuso e della protratta e colpevole inerzia dell'amministrazione, l'interessato abbia fatto giustificato affidamento sulla conservazione dell'opera abusiva.
Orbene, nel caso in esame, nonostante il decorso di un tempo rilevante dalla commissione degli illeciti, non è in alcun modo prospettabile alcun affidamento del ricorrente in ordine alla conservazione degli abusi edilizi. Invero gli stessi sono stati subito oggetto di ordini di demolizione non eseguiti (in data 23.5.1980, 2.6.1980, 5.4.1983), di richieste di sanatoria e condono edilizio, e di rinnovate e non tardive ordinanze di demolizione (in data 10.1.1991, 14.6.1991 e 1.6.1993).
In particolare, l'interferenza dell'intervento edilizio in argomento con il valore paesaggistico tutelato e la presentazione della domanda di condono (la quale presuppone la consapevole esistenza di opera abusiva rappresentante illecito permanente fino al momento della regolarizzazione e da eliminare in caso di diniego di condono) sono inconciliabili con l'aspettativa di conservazione del manufatto abusivo radicata nel decorso del tempo (TAR Toscana, III, 13.5.2011, n. 848).
Inoltre, il fatto che gli abusi in questione ricadano in zona sottoposta a vincolo paesaggistico identifica da sé solo un preminente interesse pubblico, costituzionalmente rilevante ex art. 9 comma 2, sotteso alla salvaguardia del paesaggio cui è preordinata l'impugnata ordinanza e rispetto al quale l'interesse privato è necessariamente recessivo (Cons. Stato, V, 27.8.2012, n. 4610).
Con la sesta censura il ricorrente deduce che il Comune avrebbe dovuto applicare il regime sanzionatorio vigente al momento della realizzazione delle opere abusive, e non quello esistente quando è stata emanata l'impugnata ingiunzione.
L'assunto è infondato.
Trattandosi di illecito permanente, la cui lesività si perpetra anche al momento dell'adozione della misura repressiva, la quale quindi fronteggia una situazione antigiuridica ancora sussistente, e costituendo quest'ultima misura non una sanzione avente scopo meramente afflittivo, ma un provvedimento teso a ripristinare lo stato dei luoghi precedente all' abuso edilizio, vale il principio tempus regit actum, in forza del quale trova applicazione la disciplina vigente al momento dell'adozione del provvedimento amministrativo, nella fattispecie in esame costituito dall'impugnata ordinanza di demolizione (TAR Toscana, III, 13.5.2011, n. 850).
Con la settima doglianza il ricorrente deduce che i manufatti in questione, di scarsa consistenza, non richiedono il rilascio del permesso di costruire, e quindi non sono assoggettabili alla sanzione demolitoria.
La censura non ha pregio.
Lo stesso ricorrente ha dimostrato di ritenere che i suddetti manufatti richiedano il permesso di costruire, avendo egli presentato domanda di concessione in sanatoria e, poi, domanda di condono.
Inoltre, le opere in argomento presentano una vasta estensione di superficie e concretano una significativa alterazione del territorio, come risulta dalla descrizione contenuta nella premessa del gravato provvedimento, talché non potevano prescindere dal preventivo rilascio della concessione edilizia (adesso permesso di costruire).
Anche prescindendo da tale decisiva considerazione, la misura ripristinatoria è comunque giustificata dal fatto che i predetti volumi, realizzati senza titolo, ricadono in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, e soggiacciono quindi all'obbligo di rimessa in pristino sancito dall'art. 167, comma 1, del d.lgs. n. 42/2004.
Con l'ottavo motivo l'esponente deduce che l'atto impugnato non identifica le opere e le aree da acquisire in caso di inottemperanza all'ordine di demolizione; lamenta l'illegittimità della pretesa, ivi annunciata, di acquisire l'area nella misura massima di dieci volte la superficie utile abusivamente costruita, essendo invece secondo lui necessario valutare volta per volta l'estensione del terreno da acquisire.
Il rilievo non ha pregio.
Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale l'indicazione, contenuta nell'ordine di demolizione, della misura dell'area da acquisire deve reputarsi meramente orientativa, in quanto la precisa determinazione potrà avvenire soltanto ad esito del rituale accertamento dell'inottemperanza all'ordine stesso, allorquando sarà avviato l'apposito sub procedimento teso ad individuare le aree da acquisire gratuitamente (TAR Campania, Napoli, VIII, 3.7.2012, n. 3153; TAR Toscana, III, 18.1.2010, n. 35).
Pertanto, la mancata o generica indicazione della superficie da acquisire in caso di inottemperanza non può inficiare la validità dell'ordinanza di demolizione.
In conclusione, il ricorso va respinto.
Le spese di giudizio, inclusi gli onorari difensivi, sono determinate in euro 3.000 (tremila) oltre IVA e CPA, da porre a carico del ricorrente.
(Torna su   ) P.Q.M.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo respinge.
Condanna il ricorrente a corrispondere al Comune di Scandicci la somma di euro 3.000 (tremila) oltre IVA e CPA, a titolo di spese di giudizio inclusive di onorari difensivi.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 6 dicembre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Maurizio Nicolosi, Presidente
Gianluca Bellucci, Consigliere, Estensore
Silvio Lomazzi, Primo Referendario
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 20 DIC. 2012.
Avv. Antonino Sugamele

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